Yoga E Danza 4 Aprile 2022 – Categoria: Blog

La pratica yoga e la meditazione erano, quando iniziai a studiare, spazi che ritagliavo nella mia quotidianità. C’era il momento colazione, il momento lavoro, il momento pranzo e, tra i vari impegni, c’era il mio spazio di pratica. Si inizia sempre da qui.

Oggi, invece, la pratica è qualcosa che mi accompagna istante dopo istante, consapevole che non c’è bisogno di stendere il tappetino per essere “MINDFUL” (Consapevole).

Quando terminavo le mie pratiche, all’inizio dei miei studi, mi sentivo benissimo, le articolazioni libere, le gambe e i pensieri leggeri, il petto aperto e tutti i miei organi interni ne traevano beneficio (penso a come si è riequilibrato il mio intestino con il tempo, ad esempio). Tutt’oggi pratico se ho mal di testa o dolori di varia natura perché la pratica, come un massaggio profondo e intenso, ristabilisce i miei equilibri interiori e durante la “meditazione in movimento” (così definisco lo Yoga) ritrovo l’immenso mondo interiore, quel “viaggio dentro” che queste discipline ti permettono di sondare, scoprendo una gamma di potenzialità inespresse e spesso inesplorate. Occorre considerare, ancor di più pensando alla mia dimensione di provenienza, la danza, che noi conviviamo 24 ore su 24 con il nostro “strumento di lavoro”. Forse è una riflessione banale, ma non è facile avere a che fare sempre, costantemente, con il tuo strumento di lavoro perché ogni cosa lo influenza determinandone le prestazioni: il cibo, il sonno, la vita relazionale ed emotiva. Oltre la forma, ci viene insegnato ad indagare il movimento da un punto di vista emotivo, finalizzato all’interpretazione di un pezzo, ma secondo la mia opinione, non ci insegnano abbastanza sotto il profilo umano. Il corpo ti parla continuamente della tua dimensione interiore e, a mio avviso, se non si indagano le ragioni di tali manifestazioni, di tali limiti che il corpo (e la mente che con il corpo è un tutt’uno) esprime, il movimento non potrà raggiungere il massimo della propria potenzialità.

Yoga e danza navigano in due dimensioni diverse. Innanzitutto cambia la finalità la quale, di conseguenza, trasforma modalità e intenzioni: l’obiettivo finale della danza è la comunicazione con qualcuno che è fuori da noi; lo yoga, seppure manteniamo il denominatore della comunicazione, parla alla parte più profonda di noi stessi. Siamo in contatto con il nostro vero sé. Ed è tutta per noi questa crescita, questa spinta evolutiva, ma, poiché il nostro sistema non è un microcosmo a circuito chiuso, lavorando su di noi, raggiungendo un equilibrio ed una consapevolezza maggiori, ci relazioneremo diversamente con gli altri intervenendo, anche se indirettamente, con tutto ciò che è fuori da noi. La nostra esperienza influenza il mondo che ci circonda: le meduse sono fatte al 98% di acqua; noi siamo fatti al 98% di relazioni.

Personalmente nella pratica yoga ciò che amo di più è prendermi cura di ciò che sono, non di ciò che faccio. Lì sopra davvero SONO un essere umano e non FACCIO l’essere umano. Non c’è nessun posto dove andare, non c’è un giudizio alla fine della prestazione, nessuno mi chiede di impararlo più in fretta che posso, nessuno mi dice cosa devo sentire. E’ difficile uscire fuori da questo specchio costante che è il giudizio che abbiamo di noi: se va bene, se va male, se non è abbastanza, se è troppo poco, poco lungo, poco forte, poco alto, poco ampio… avevo bisogno che qualcosa fermasse il pendolo della dualità, costante, incessante e soprattutto del giudizio. Il tappetino è la casa in cui alleno qualcosa di sottile, di profondo, qualcosa di cui avevo una sete così importante che mi stava lasciando da sola in mezzo al deserto, ed è l’amore verso me stessa, la pace di non dover essere giusta o sbagliata, la libertà di essere io e di accettare tutti i miei limiti considerandoli delle mie caratteristiche: anche loro mi rendono ciò che sono!

La forma nella danza è un’opera d’arte; forma dopo forma si dà vita al movimento. Il movimento è qualcosa che contiene una emozione e una storia e induce a creare un’empatia di intenzioni e intuizioni con chi ci sta guardando.
La forma Yoga contiene in sé un profondo aspetto simbolico; le tecniche di pranayama indirizzano il respiro e le energie; la meditazione osserva, come fosse una fotografia, le cose per quello che sono. Nella forma Yoga le posizioni, centrate e allineate, creano una sorta di contenitore dentro il quale scorrono le energie, gli stati emotivi e spirituali; d’altronde un fiume non avrebbe direzione, protezione e utilità senza argini: nei confini della forma yoga vi è l’intuizione di ciò che va al di là della struttura e, al tempo stesso, adagiarsi nella forma, trovare il proprio stato di agio, permette al corpo, alla mente, allo spirito di abbandonarsi, arrendersi a ciò che è, osservando che tutto quello che sembra immobile in realtà contiene in sé il dinamismo stesso dell’esistenza, la sua mutevolezza, il suo inarrestabile flusso di trasformazione e creazione.

“Le asana costituiscono il fondamento della pratica […] e introducendo e attivando il potere dei simboli nella pratica delle asana noi compiamo un salto evolutivo di grande portata, andiamo oltre la meccanicità, oltre l’abilità e la precisione della tecnica, diveniamo artisti.”

Swami Sivananda Radha